L’alzheimer si combatte anche con le faccende domestiche
Spesso le donne si chiedono: «Possibile che tutta la fatica legata alle faccende domestiche non conti come attività fisica ai fini della salute?» La risposta che viene dalle pagine di Neurologyè per una volta consolante: per ridurre il rischio di ammalarsi di Alzheimer vale qualunque tipo di movimento, anche quello svolto per rigovernare la casa. E il beneficio di non lasciarsi andare sul divano riguarda tutti e tutte le fasce di età, anche gli ultraottantenni.
LO STUDIO – È su questa popolazione ad alto rischio, e di solito poco dedita allo sport, che si è concentrata l’attenzione dei ricercatori del Rush University Medical Center di Chicago. Per la loro indagine gli esperti non si sono fidati dei semplici resoconti degli oltre 700 anziani coinvolti. Per verificare quanto si muovessero di fatto quotidianamente hanno fatto indossare loro per una decina di giorni un dispositivo, detto actigrafo, che ne registrava l’attività. Tutti inoltre, al momento di entrare nello studio, sono stati sottoposti a una serie di test per valutarne la memoria e le capacità cognitive. «Dopo circa quattro anni, una settantina di loro aveva sviluppato una malattia di Alzheimer clinicamente evidente» spiega Aron S. Buchman, che ha coordinato la ricerca. Hanno cominciato con piccole dimenticanze, diventate via via più gravi, fino ad arrivare al punto in cui non riconoscevano i loro familiari e dovevano essere assistiti nella vita di tutti i giorni. Leggi tutto…
Parlare da soli? Fa bene al cervello.

OSSERVAZIONE – La ricerca è stata sviluppata sulla base dell’osservazione fatta nella vita di tutti i giorni di persone che parlottano tra sé mentre si guardano attorno e cercano ad esempio le chiavi perdute: «le chiavi… dove ho messo le chiavi…». Leggi tutto…
Con la crisi peggiora anche la salute degli italiani
La crisi logora la salute degli italiani. E’ un paese sempre più ‘malato’ quello fotografato dal Rapporto Osservasalute 2011 1. Persone stressate, meno in forma rispetto a qualche anno fa, costrette in molti casi a risparmiare sulla prevenzione con sport e alimentazione sana non più diffusi come un tempo. Si rinuncia, ad esempio, a frutta e verdura, che diventano un lusso per pochi. Per la prima volta dal 2005, si registra un calo del numero di porzioni consumate al giorno: 4,8% contro 5,7%, dato che era rimasto grosso modo stabile fino al 2008. Ma di fronte alle difficoltà dei cittadini, non c’è una risposta del Servizio sanitario nazionale, perché anche negli ospedali e nelle Asl la crisi finanziaria si traduce in un taglio dei servizi sanitari.
Lo studio, presentato oggi a Roma all’Università Cattolica, è un’approfondita analisi dello stato di salute della popolazione e della qualità dell’assistenza sanitaria nelle Regioni. Pubblicato dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, che ha sede presso l’Università Cattolica di Roma, e coordinato da Walter Ricciardi, direttore dell’Istituto di Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia, è stato realizzato da 175 esperti di sanità pubblica, clinici, demografi, epidemiologi, matematici, statistici ed economisti distribuiti su tutto il territorio italiano, che operano presso Università e numerose istituzioni pubbliche nazionali, regionali e aziendali.
Gli italiani tagliano dove possono e cercano risposte rapide al moltiplicarsi dei piccoli disturbi, in aumento anche in funzione del carico psicologico legato all’incertezza verso il futuro. Sempre più spesso lo fanno a spese proprie, per continuare a svolgere le attività quotidiane in famiglia e al lavoro e ad affrontare gli impegni sempre più stringenti. Risulta così aumentato il consumo di farmaci antidepressivi: l’uso di questi medicinali è cresciuto di oltre quattro volte in 10 anni, passando da 8,18 dosi giornaliere per 1000 abitanti nel 2000 a 35,72 nel 2010, come effetto anche di un disagio diffuso, scatenato dalle difficoltà socio-economiche.
Secondo numerose ricerche l’impatto sulla salute di una crisi economico-finanziaria è forte: può portare a un incremento dei suicidi e delle morti correlate all’uso/abuso di bevande alcoliche e droghe. Comunque la salute degli italiani resta tutto sommato ancora buona grazie alla “rendita” a loro disposizione, merito, per esempio, della tradizione della dieta mediterranea. Ma ci sono numerosi rischi in agguato e, con il tempo, la situazione potrebbe peggiorare: gli italiani sono, infatti, sempre più grassi (nel 2010 il 45,9% degli adulti è in eccesso ponderale, contro il 45,4% del 2009), anziani (aumentano le persone dai 75 anni in su, che rappresentano il 10% della popolazione contro il 9,8% della scorsa edizione del Rapporto) e colpiti da malattie croniche.
La situazione attuale di crisi rischia di essere ulteriormente peggiorata dalle scelte in ambito di politica sanitaria. “Le ultime manovre economiche realizzate in Italia in risposta alla tempesta finanziaria – dice Ricciardi – hanno portato al ridimensionamento dei livelli di finanziamento dell’assistenza sanitaria già dal 2012; all’introduzione di ulteriori ticket; a tagli drastici nei trasferimenti alle Regioni e alle municipalità dei fondi su disabilità e infanzia”.
“I tagli non riducono l’inappropriatezza di molti interventi sanitari, quindi gli sprechi, né migliorano la qualità delle cure, anzi appesantiscono ancor più le liste di attesa”, aggiunge Ricciardi. Un esempio: nel triennio 2007-2010, spiega Ricciardi, “l’effetto dei tagli ai servizi e ai farmaci ha portato a una diminuzione del 3,5% della spesa pubblica per i farmaci, determinando però un incremento della spesa privata per i soli farmaci del 10,7%. E nel futuro sarà sempre peggio: è infatti stimato in 17 miliardi di euro nel 2015 il gap cumulato totale tra le risorse necessarie per coprire i bisogni sanitari dei cittadini e i soldi pubblici che presumibilmente il Ssn avrà a disposizione”.
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Alzheimer, nuovo allarme dell’Oms, nel 2050 70% di casi in piu’
Un problema globale, “non solo una malattia del mondo industriale”. E’ l’appello che l’Organizzazione Mondiale della Sanità insieme all’Alzheimer’s Disease International lancia in un report dal titolo “Demenza: una priorità di salute pubblica”, chiedendo così a governi, a responsabili politici e alle altre parti interessate di affrontare in maniera consapevole e sostanziale l’impatto di una malattia che crescerà a dismisura nei prossimi anni.
La demenza oggi colpisce oltre 35 milioni di casi nel mondo, ma le stime annunciano cifre allarmanti: si prevede infatti un aumento del 70% della sindrome entro la metà del secolo. Circa 115 milioni saranno le persone colpite. I dati pubblicati nel rapporto “forniscono la base conoscitiva per una risposta globale e nazionale”, ha sottolineato Margaret Chan, direttore generale dell’Organizzazione, visto che fino ad oggi solo 8 dei 194 Stati membri dell’Oms hanno un piano nazionale sulle demenze in atto: e in quel numero ristretto l’Italia non rientra.
Eppure si ha la certezza che queste malattie esploderanno per via dell’allungamento della vita: “il rischio di demenze è già di 1 a 8 per gli over 65 e di uno scioccante 1 a 2,5 per gli over 85, con un impatto sempre maggiore con il passare dei decenni”.
I dati del rapporto confermano in che misura la demenza, patologia causata da varie malattie del sistema nervoso (la più comune è l’Alzheimer) spesso non venga immediatamente compresa dagli operatori sanitari, anche nelle nazioni a più alto reddito, dove solo tra il 20 e il 50 per cento dei casi ha una diagnosi corretta tempestiva. Per questo il rapporto dell’Oms si rivela come un’esortazione a risolvere l’ulteriore problema della formazione degli operatori sanitari “non adeguatamente preparati per riconoscere i primi sintomi”, ha spiegato Oleg Chetnov, vice direttore generale del dipartimento dell’Oms.
Se, come afferma il rapporto, ogni 4 secondi nasce un nuovo caso di demenza nel mondo, “il tasso di crescita è pari a 7,7 milioni di malati in più ogni anno – ha commentato Marc Wortmann, direttore esecutivo della Alzheimer’s Disease International – . Ma attualmente, i sistemi sanitari di cui disponiamo non possono far fronte all’esplosione della crisi delle demenze, in quanto tutti noi viviamo più a lungo”: dovranno perciò prendere consapevolezza della grande sfida da affrontare e combatterla al meglio. Leggi tutto…
Liberalizzazione dei farmaci, completato l’iter
Il percorso di liberalizzazione della venidta dei farmaci è stato completato: è ormai possibile vendere nei centri commerciali e nei corner appositi della grande distribuzione 220 farmaci di fascia C, a totale carico del cittadino.
il ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha firmato il decreto che dà attuazione ai capitoli medici del “Salva-Italia”. Il provvedimento è stato adottato dopo le valutazioni tecniche compiute dall’Agenzia italiana del farmaco.
Ora 220 farmaci potranno essere venduti senza ricetta nei luoghi previsti dal decreto Bersani del 2006 (parafarmacie, corner di ipermercati, tutte aree dove sarà comunque presente un farmacista). Fra i “free-medicine” ci saranno prodotti di largo uso come antivirali a base di aciclovir (lo Zovirax, per esempio, utilizzato per combattere l’herpes), antimicotici locali a base di ciclopirox (il Brumixol, per esempio), antimicotici vaginali a base di econazolo, prodotti per la circolazione a base di diosmina, i colliri antiallergici e antiinfiammatori.
Restano esclusiva competenza delle farmacie quattro categorie di medicinali: gli stupefacenti, gli iniettabili, i medicinali del sistema endocrino e tutti quelli per i quali è previsto il più rigoroso regime di vendita dietro presentazione di ricetta medica da rinnovare volta per volta.
La parola alla psicologa di Villa Maria Martina
Ecco un altro degli articoli pubblicati sul nuovo numero del magazine del Gruppo Serena Assistenza “Serena…mente”
La tenerezza: assetto cognitivo e RSSA
Proviamo ad immaginare un cucciolo che aspetta dietro la porta di casa, accasciato in un angolino, che il suo padrone infili le chiavi nella toppa o pensiamo ai primi passi impacciati di un bimbo che cerca di raggiungere le braccia tese della mamma e, intanto, goffamente inciampa. Quello che accomunerebbe i nostri stati d’animo in seguito a queste immagini è indubbiamente la tenerezza. Si tratta di un’emozione piacevole, orientata verso qualcuno, di bassa intensità che suscita commozione o momentaneo turbamento psicologico. La tenerezza, affinchè possa definirsi tale, necessita di alcuni indispensabili ingredienti cognitivi. L’assetto cognitivo della tenerezza prevede, innanzitutto, la percezione dell’altro come vulnerabile, come qualcuno che non può o non è in grado, come fanno tutti gli altri, di difendere se stesso da potenziali pericoli o sofferenze. A suscitare tenerezza sono, infatti, tutti quegli stimoli le cui caratteristiche rientrano nelle categorie di deboli e indifesi (bambini, cuccioli, anziani…). Ma se questo bastasse potremmo anche essere in un altro universo emozionale, quello della pena e della commiserazione, che proveremmo se pensassimo a quel cucciolo sul ciglio di una strada o quel bambino solo e abbandonato. Ci s’intenerisce, invece, di fronte a qualcuno che pensiamo comunque protetto e accudito. Si prova tenerezza, quando la vulnerabilità percepita è ben compensata da premura, coinvolgimento e cure da parte di altri o da parte nostra. Tuttavia, se quel cane non fosse un cucciolo, ma un cane vecchio moribondo o quel bambino gravemente ammalato, ci consolerebbe sapere che c’è qualcuno dedito a proteggerli e a occuparsi di loro? La tenerezza presuppone un altro importante ingrediente: la consapevolezza che si tratti di una vulnerabilità momentanea o, in ogni caso, completamente compensabile con la cura e l’accudimento. Altra condizione non trascurabile e necessaria per poter parlare di tenerezza è che chi ci intenerisce non debba ostacolare i nostri scopi: proveremmo tenerezza se il cane, nell’attesa del suo padrone, abbaiasse continuamente e noi fossimo i vicini di casa o se quel bambino, inciampando, distruggesse un oggetto a noi caro o, peggio ancora, il prodotto di un nostro lavoro? Leggi tutto…
IMU, il tempo dei chiarimenti
Tre rate per pagare l’Imu sulla prima abitazione (una in più a settembre). Detrazioni calcolate una volta sola per nucleo familiare. Imposta versata dal coniuge separato che vive nella casa, anche se non proprietario. Nessuna imposta di bollo per chi sceglie la cedolare secca sugli affitti. Esenzione da Irpef, Ires e Imu per gli edifici, distrutti o inagibili, dei Comuni dell’Aquila colpiti dal sisma di tre anni fa. Queste le principali modifiche alle norme sugli immobili, votate ieri in Commissione finanze alla Camera, contenute nel decreto fiscale già licenziato dal Senato e atteso per mercoledì a Montecitorio. Ecco come funzionerà l’Imposta municipale sugli immobili, entrata in vigore il primo gennaio scorso, e dovuta da tutti i proprietari e i titolari di diritti reali (come usufrutto, uso, enfiteusi).
Come e quando si verserà l’Imu?
In tre rate, non più solo due, se si tratta di prima casa, entro il 16 dei mesi di giugno, settembre e dicembre. Tenuto conto delle domeniche, le tre scadenze per il 2012 saranno: 18 giugno, 17 settembre e 17 dicembre. Ogni rata è pari a un terzo dell’imposta totale. Ma le prime due si calcolano applicando l’aliquota base valida per tutto il territorio nazionale, ovvero il 4 per mille, e si versano usando il modello F24. L’ultima si potrà pagare anche con il bollettino di conto corrente e salderà gli eventuali aumenti decisi entro il 30 settembre dai sindaci che possono alzare l’aliquota fino al 6 per mille. L’Imu sulla seconda casa, invece, si versa alla vecchia maniera e dunque in due rate: il 50 per cento a giugno (aliquota base del 7,6 per mille) e il conguaglio a dicembre (con l’aliquota che può salire fino al 10,6 per mille).
Voglio vivere così col sole in fronte…
Che si viaggi per piacere, per lavoro, per amore, per inseguire un sogno o perché un esso si è infranto, è sempre qualcosa che introduce nella mente il cambiamento e il movimento. Bisogno, desiderio o necessità è bello pensare di darsi la possibilità di sorprendersi, di aprirsi a percezioni nuove, di perdersi e, perché no, di confondersi e mescolare le carte. Quando la mente viaggia i ricordi si mettono a giocare sbarazzini, le immagini si sbizzarriscono per non sbiadire e noi ci sentiamo più recettivi.
L’emozione che ti cresce planando verso il Brasile è proprio quella di atterrare placidi sulla natura, quella vera. Un’ esplosione in petto che avrei voluto mostrare a tutti. In poco tempo sono finita in un altro mondo, in un altro spazio, in un altro tempo. In Brasile ho scoperto una nuova, diversa idea del tempo. Una sorta di presente continuo, di vita interamente distesa sul letto del quotidiano. Una morbidezza che farebbe bene anche a noi, sempre cosi stretti nell’ansia del futuro, sempre cosi angosciati nel pensiero del passato. Il mio vuole essere un omaggio ad una terra che mi fa provare un male profondo. La saudade. Quel sottile velo di nostalgia che si deposita sulla tua pelle quando torni a casa. Una pellicola d’ovatta che ti cambia la vista sul mondo, sulle cose, sulle persone. La mia saudade la curo così: ritrovandola con due righe scritte e rivedendo qualche foto. E il bello del viaggio è ricostruirlo poi nella mente come preferiamo, senza una logica apparente e senza sentirci costretti a riviverlo nell’esatto ordine in cui lo abbiamo fatto. Perché, come scriveva Benjamin Disraeli: “Come tutti i viaggiatori ho visto più di quanto ricordo e ricordo più di quanto ho visto”.
A cura di
Daniela Melchionna
Sede di Foggia
Il fallimento delle diete alla moda
Si può barare nel gioco, in amore, persino sul lavoro. Ma quando si è soli davanti alla bilancia non c’è trucco che tenga. L’improvvisazione non vale, nessun last minute arriverà in nostro soccorso. Questa volta a bocciare le diete in stile “ultima spiaggia” è uno studio condotto a Boston dal Beth Israel Deaconess Medical Center e dalla Harvard Medical School. Secondo i ricercatori, a fronte di un’offerta sempre più varia di diete particolari e prodotti dimagranti, il modo migliore per perdere peso resta quello più antico: combinare l’esercizio fisico alla riduzione dell’apporto calorico. Le scorciatoie, in questo campo, non servono a nulla. Anzi, rischiano di produrre più danni che altro. Il consiglio, dunque, è di lasciar perdere sia la dieta alla rucola (il regime a cui si è auto-condannata Victoria Beckham) sia quelle senza glutine e lattosio (l’ultima moda tra le star di Hollywood, che vi ricorrono anche in assenza di particolari esigenze mediche). E di guardare sempre con occhio critico i tanti prodotti dimagranti (bibitoni o pasticche che siano) che affollano gli scaffali di supermercati e farmacie, promettendo risultati miracolosi in poche settimane. I veri “loosers”, come emerge dallo studio pubblicato sulla rivista American Journal of Preventive Medicine, sono proprio loro, con l’aggravante di farci perdere tempo e denaro. Banco di prova dei ricercatori di Boston è stata la comunità degli obesi, le persone più esposte al richiamo di queste “sirene”. Jacinda M. Nicklas e colleghi hanno analizzato i dati di 4.021 persone obese che avevano partecipato, tra il 2001 e il 2006, a un programma governativo chiamato “National Health and Nutrition Examination Survey”. L’indagine, condotta dal Centers for Disease Control and Prevention, si era svolta su persone dai vent’anni in su con un indice di massa corporea pari o superiore a trenta (dunque già nella prima fascia dell’obesità). Leggi tutto…
Lettera per Serena…mente- Trovare la forza nella malattia
Qualche tempo fa la d.ssa Ragone, direttrice del Gruppo Serena, mi chiese cortesemente se potessi scrivere un articolo da pubblicare sul giornale “Serena…mente”. La struttura di cui sto parlando, presente in più città italiane, è certamente un operatore molto importante nel settore dell’assistenza domiciliare, attento alle problematiche della salute altrui e che impiega anche addetti abilitati al trattamento di pazienti portatori di particolari patologie. È anche, il Gruppo Serena, molto attivo nel campo dell’informazione visto che utilizza pure i più noti social network. Mi sono chiesto, quindi, quale interesse avrebbe potuto suscitare nei lettori un mio scritto dato che non sono né un ricercatore né uno scrittore di grido, ma solo un anziano signore la cui moglie continua a lottare contro la malattia di Alzheimer diagnosticatale nel 2003. Non voglio sprofondare nel racconto della nostra disgrazia, ma dire del modo col quale abbiamo raggiunto la prima seria diagnosi potrebbe essere istruttivo. Nella primavera del 2003, Francamaria cominciò a non ricordare gli eventi recenti, i numeri telefonici ed altro. La feci visitare subito da alcuni neurologi locali particolarmente informati sulle demenze; anche dopo la somministrazione dei test allora disponibili, questi minimizzarono del tutto il problema. Non soddisfatto delle risposte, nell’autunno seguente telefonai alla professoressa Mecocci, aiuto di Geriatria di Perugia, allora uno dei tre più importanti centri italiani che si occupavano della malattia di Alzheimer. Dopo due giorni ottenni una visita associata ad una gentilezza di modi che mi lasciò interdetto. Purtroppo, però, ebbi anche la certezza di un Alzheimer in fase iniziale. Perchè raccontare tutto ciò? Anzitutto perché non tutti credono che si debba inseguire la verità con tutte le forze possibili. Non ci si deve accontentare delle prime risposte, se queste lasciano dei dubbi, non deve esserci timore nel richiedere altri pareri ed altre visite. Una certezza raggiunta prima possibile regala anni di vita. Non voglio scrivere della tragedia che, improvvisamente, si abbatté sulla mia famiglia, del mio dolore e di quello delle mie figlie, dell’annullamento di tutte le mie aspettative; voglio dire, invece, che per sette anni siamo riusciti a gestire Francamaria in casa e con l’aiuto di alcune badanti. Poi, non ci è stato più possibile: le trasformazioni profonde che la malattia aveva generato in Franca, ben conosciute da tutti coloro che disgraziatamente si trovano a lottare con questa patologia, e lo stress che avevamo accumulato negli anni ci costrinsero ad una scelta molto ponderata ma terribilmente dolorosa. Fummo costretti, cioè, a lasciare Francamaria alle cure di una casa protetta dotata di un settore specializzato. Fu, questa, una decisione di comodo oppure una decisione giusta. Leggi tutto…







